A passage to India (resoconto di viaggio pt. 6)

Resoconto di viaggio di Riccardo Cenci (Parte 6)

«Questa gente è povera ma felice» ci dice Giriraj, il quale non nasconde l’idea di trasferirsi lontano dalla città per trascorrere la vecchiaia, mentre per i suoi figli ha in mente un futuro all’estero, forse in Canada o in Australia. Effettivamente i volti più sereni appartengono sempre ai poveri, agli ultimi della terra.
Percorro il tragitto che ci separa da Jaipur con questo pensiero nella testa. Il traffico nella città è caotico. Cantieri della nuova metropolitana occupano l’intera superficie di una piazza, mentre il caos esplode tutt’intorno. Scimmie passeggiano pigramente sui cornicioni, osservando l’incedere lento della modernità con sguardi scettici. Giriraj ci introduce in un cortile dove si trova un tempio Indù. Un uomo suona il suo organetto di fronte all’ingresso.
Saliamo una scala ripida e ci ritroviamo sulla sommità di un edificio, dalla quale si vede tutta la città. Il punto di vista delle scimmie, penso io. Scendiamo da quel luogo d’osservazione privilegiato,
sul quale abbiamo potuto godere di una relativa calma, per tuffarci di nuovo nel turbinio di auto, clacson, mucche e chi più ne ha più ne metta. Giriraj ci propone un giro in risciò, che accettiamo volentieri. L’uomo alla guida è piccolino e dimostra un’età indecifrabile compresa fra i quaranta e i sessant’anni. La sua forza è notevole. Suda copiosamente mentre conduce il traballante trabiccolo nel traffico folle. La città è molto bella, con edifici rossi di pregevole fattura, case ornate da cupole e strani padiglioni. jaipur1Usciamo indenni anche da quest’esperienza, nonostante le auto, le moto e le mucche ci sfiorino continuamente. Anche qui alloggiamo al Mansingh, una catena confortevole e affidabile. Purtroppo quella sera la musica tradizionale è stata rimpiazzata da un terribile DJ che ci guasta completamente la cena, nonostante la qualità ottima del cibo. Pensiamo di concederci una passeggiata serale, ma tanto insistente è l’assedio dei venditori, dei guidatori di risciò, tanto forte la stanchezza che rientriamo in albergo per un sonno ristoratore.
Al mattino passiamo di fronte al Palazzo dei Venti, dal quale le donne potevano osservare la vita restando celate all’interno, per dirigerci verso il forte di Amber.

Il paesaggio abbandona il suo andamento pianeggiante per addentrarsi in inquieti contrafforti rocciosi.

La presenza di un elefante sulla strada ci avverte che la nostra meta è vicina.

Giungiamo sul posto abbastanza presto, ma non sufficientemente per superare del tutto la coda dei turisti in attesa di salire sugli elefanti che conducono al forte. Il piazzale è affollato di venditori. Acquistiamo alcuni idoli di legno ben sapendo che non si tratta del pregiato sandalo, che conserva intatto il suo profumo per anni. Contrattiamo a lungo, perché il prezzo iniziale è ben più alto del reale valore della merce. Molti i turisti spagnoli in fila, mentre gli italiani seguitano ad essere stranamente assenti, il che non mi disturba affatto. Il viaggio per me è un’esperienza totale che coinvolge anche la lingua. Sentire parlare il meno possibile nel mio idioma naturale fa parte del gioco. Il forte visto dal basso offre un colpo d’occhio imponente.

Saliamo sull’elefante che, con la sua andatura dondolante, ci porterà in cima. Il paesaggio è magnifico. Una muraglia percorre i crinali delle montagne che circondano il lago, con il giardino Dele –aram Bagh nel mezzo dai colori splendidi.
Il traffico dei pachidermi è intenso. Gli uomini con i turbanti rossi guidano i loro animali stringendone ritmicamente le teste fra le gambe e incitandoli a gran voce. Alcuni azzardano sorpassi che si trasformano in anacronistici ingorghi. Uno dei conducenti ha un telefono cellulare e sta parlando, il che guasta un poco l’atmosfera favolistica del posto.

Dalla Porta del Sole si accede al piazzale da parata, e di seguito ad una serie di cortili per le udienze e sale riccamente decorate. Attraversiamo la Ganesh Pole, ornata con l’immagine del Dio. Nella tradizione Indù anche le porte delle abitazioni hanno la figura di Ganesha sopra l’ingresso, come simbolo di buoni auspici. Culmine della visita il palazzo degli specchi, che illuminato dalle luci delle candele offriva uno spettacolo incomparabile.

Prima di uscire dal forte acquisto alcuni cd di musica classica indiana, per mitigare i momenti di nostalgia al ritorno. Una volta fuori mi viene in mente che la potenza dei re e lo sfarzo dei ricchi esistono solo per perire, ma non ricordo più dove ho letto questa massima. Giriraj è d’accordo con me. Lui è molto amareggiato perché tutti, nessuno escluso, hanno sempre voluto dominare questa gente senza curarsi delle loro condizioni di vita. Mentre i sovrani vivevano le loro splendide esistenze, in questi luoghi progettati appositamente per spargere profumi nell’aria e mitigare il clima torrido della zona, la gente si affollava nelle casupole sottostanti, proprio come avviene adesso.

Jal-Mahal-sul-lago-Mansagar

Tornando a Jaipur ci imbattiamo nel favolistico palazzo Jal Mahal sul lago Mansagar, altra manifestazione di immaginifica megalomania. Il palazzo Jal MahalSul lungolago un ragazzino ci intrattiene con giochi di prestigio mostrando una grande abilità. Fa sparire monete che poi ricompaiono come per incanto dal bordo dei nostri pantaloni, o addirittura dai nostri nasi e dalle nostre orecchie. Per un istante penso che abbia davvero poteri sovrannaturali, che sia un mago scaturito dalla grande scatola del tempo per il nostro diletto. Nel pomeriggio visitiamo l’osservatorio
astronomico Jantar Mantar sul cui funzionamento, a onor del vero, capiamo poco, e il Palazzo Reale. Due incantatori di serpenti rannicchiati in un angolo mi fanno un cenno con la mano. Stavolta mi siedo accanto a loro con le gambe incrociate e mi faccio fotografare con un cobra fra le mani. Seppur mutilato, resta sempre un animale simbolo dell’India che sognavo da bambino.

Mi colpisce l’idea che il Palazzo sia solo in piccola parte adibito a museo, mentre l’ex famiglia reale di Jaipur ancora occupa i suoi spazi sontuosi. Immagino l’esistenza segreta di quelle persone, sorde alle suppliche che salgono incessanti dalle strade misere della città. Il Mubarak Mahal mi colpisce per la mescolanza di stili, islamico, indiano ed europeo, il che contribuisce ad una certa mancanza di carattere. Accanto ai vasi d’argento più grandi del mondo, che il maharaja Sawai Madho Singh II volle portare con sé durante il suo viaggio in Inghilterra nel 1901, pieni dell’acqua del Gange, alcuni custodi in abito tradizionale cercano di estorcere foto a pagamento ai turisti. Le varie sezioni espositive del Palazzo mostrano armi, costumi, troni e palanchini per il trasporto dei nobili, insieme a documenti di un certo interesse. Il tutto emana un’aura di connivenza fra maharaja e inglesi che mi disturba un poco. Giriraj ci spiega che l’incasso, secondo un accordo fra eredi e governo, dovrebbe essere impiegato per il restauro del palazzo, mentre in realtà ciò avviene solo in minima parte.

Di seguito visitiamo alcune botteghe del centro, in particolare quelle dei gioiellieri amici di Giriraj i quali vendono pietre preziose e semipreziose a prezzi concorrenziali. Alcuni parlano italiano o addirittura risiedono nel nostro Paese. Apprendo che si tratta di un commercio molto fiorente. Numerosi gioiellieri italiani si riforniscono da queste parti. Ci offrono il consueto tè, preludio tradizionale ad ogni forma di transazione. Mi accorgo che mia moglie sta parlando russo con un ragazzo indiano che ha trascorso tre anni a Mosca. Si è innamorato di una ragazza e ora vuole assolutamente raggiungerla. L’India non lo interessa più. Il suo futuro è nella santa madre Russia. In breve il negozio si trasforma in una babele linguistica dove si parlano gli idiomi più disparati. Usciamo dal negozio con la promessa di incontrarci in Italia, e con un paio di orecchini nuovi per la mia consorte. Una volta fuori ci rituffiamo nella vita della città. Botteghe vendono ogni sorta di oggetti, in particolare ciabatte e scarpe tradizionali con la punta all’insù che mi ricordano le illustrazioni delle fiabe che leggevo da bambino. Un ragazzo dall’aria smarrita ci ferma per la strada. È
italiano, ha solo diciassette anni e non riusciamo a comprendere il motivo della sua presenza a Jaipur. Il padre gioielliere odia la confusione e la sporcizia dell’India, ed allora si serve del figlio per i suoi affari. L’idea che un uomo se ne stia comodamente spaparanzato nella sua poltrona a contare il denaro guadagnato mentre il suo rampollo minorenne se ne va in giro in questi luoghi pazzeschi ci sorprende un pò. Il ragazzo è sveglio, ma sembra animato da un’urgenza comunicativa febbrile. Dopo qualche minuto di futile conversazione si allontana nel magma fremente della città.

Rientriamo in albergo arricchiti da nuove esperienze umane. Fortunatamente stavolta la cena è allietata dalla consueta musica indiana, e non da diavolerie di importazione occidentale. La sera assistiamo ad un breve spettacolo di burattini. Introdotte dal suono rituale del tamburo e da un canto ripetitivo e ipnotico, marionette volteggiano nell’aria impegnandosi in duelli e acrobazie, disegnando scie luminose nell’atmosfera colma di umidità. In breve la drammaturgia scarna ed elementare della vicenda conquista la mia attenzione. Principi medievali, cortigiane, cammelli e serpenti si inseguono sul piccolo palcoscenico come in un mondo fatato. Il pensiero che il burattino possa davvero sostituire l’attore in carne e ossa, retaggio dei miei studi universitari di teatro orientale, mi convince come mai prima d’ora. I miei pensieri affogano nella notte buia, realtà e apparenza fluttuano in uno spazio vuoto animato dalla musica e dalle figure pregne di una vita effimera eppure incredibilmente vera. Figure che si introdurranno nei miei sogni notturni, rendendoli dolci e misteriosi come di rado accade.

Il mattino seguente siamo sulla strada per bikaner-camel-festival2012[1]. Il numero dei cammelli, usati per il trasporto delle merci, aumenta in maniera sostanziale, il che significa che ci stiamo avvicinando al deserto del Rajasthan. Dune desertiche si alternano a campi verdissimi, delineando un paesaggio dai caratteri singolari. Giriraj ci spiega che molte aree, un tempo non troppo remoto brulle e aride, sono state irrigate e convertite a coltivazione. Una necessità considerando l’enorme incremento di una popolazione in gran parte vegetariana. «In India non si è mai pensato di attuare una politica demografica seria», ci dice Giriraj, con le conseguenze che abbiamo tutti di fronte agli occhi. Un camion in panne espone un muretto di mattoni al posto dell’usuale triangolo, che evidentemente non esiste in questo Paese. Sparuti gruppi di persone percorrono i bordi della strada sotto il sole cocente. Alcuni riposano sotto gli alberi, per riguadagnare le forze per il lungo cammino. I villaggi sono molto rari. Poche capanne punteggiano il paesaggio, persone al lavoro nei campi e sparuti gruppi di animali. Una mucca spunta all’improvviso da dietro un camion che percorre lento il nastro stradale. Kamal è colto di sorpresa, sterza e frena lasciando una striscia nera sull’asfalto. Ci fermiamo a non più di venti centimetri dal muso atterrito dell’animale. Chiedo a Giriraj cosa avviene in caso di incidente. Non sembra che la santità delle mucche esponga l’investitore a particolari rischi di linciaggio o simili. Se il pastore è nei paraggi, sarebbe buon uso risarcirlo della perdita, ma non è raro il caso di persone che abbandonano in tutta fretta il luogo dell’incidente. Penso ai nostri pirati della strada, ma il paragone mi appare subito improprio. Ci fermiamo per una sosta tecnica in un piccolo
ristorante sperduto nel deserto. Fuori l’afa è soffocante. Mangiamo cibi piccanti e riempiamo i nostri zaini di nuovi souvenir. Dopo aver compiuto un ulteriore tragitto arriviamo in un resort isolato. Sul tabellone all’ingresso della reception è scritto: benvenuto mr. Cenci, benvenuto mr. Moretti, il che mi fa capire che saremo in compagnia di ospiti italiani. In realtà l’albergo è completamente vuoto, eccezion fatta per noi e per l’altra coppia di connazionali. Ci accolgono con i consueti sorrisi, collane di fiori e una bevanda di colore verde particolarmente rinfrescante. Il luogo è molto bello, costellato di casette distribuite come una corona attorno alla piscina centrale, nella quale come al solito non avremo il tempo di tuffarci. Come fuori programma Giriraj ci propone una visita nel più grande centro di allevamento e ricerca di cammelli dell’intera Asia. La cosa ci entusiasma. Una guida locale ci accompagna nella visita.
Il luogo ospita più di trecentocinquanta cammelli, in realtà dromedari con una sola gobba, di quattro razze diverse. Ci spiega che questo animale vive circa venti anni, ha una gestazione di tredici mesi e non partorisce mai gemelli. Ci mostra alcuni esemplari legati nelle stalle. Uno di questi è addirittura un campione, vincitore dell’edizione 2009 di non so quale campionato. In questo centro si fa ricerca scientifica, riguardo ad esempio le proprietà del latte, ma si selezionano anche gli animali più promettenti per le gare. Una mandria che si avvia all’abbeveratoio quasi ci travolge. La nostra guida ci offre i rami di una pianta della quale i cammelli sono golosi. Ci avviciniamo al recinto dei piccoli, i quali ci vengono subito incontro con i loro musi buffi, che mi paiono appartenere a un altro mondo.

Un cammello bardato a festa attira la mia attenzione.

Non resisto alla tentazione di fare un breve giro in groppa all’animale, nonostante la sella sia totalmente liscia e quasi priva di appigli per mantenere l’equilibrio. Giriraj ci spiega che un cammello costa circa settecento euro, una cifra che mi appare irrisoria per un animale di quella stazza, ma forse non ho ben tradotto la cifra dalla valuta locale. Ci allontaniamo dal posto, non senza aver acquistato alcune collane di osso di cammello molto belle e davvero a buon mercato. Dopo aver percorso alcuni chilometri arriviamo a Bikaner. Giriraj ci spiega che la maniera migliore per visitare la città è quella di noleggiare un tuc-tuc, cosa che facciamo con entusiasmo. Percorreremo luoghi solitamente poco battuti dai turisti, e questo è per noi un valore aggiunto. Il piccolo mezzo sfreccia per le stradine del centro sfiorando bancarelle, mucche e persone, quasi invadendo lo spazio vitale dei negozietti
che sono allineati l’uno accanto all’altro. Notiamo all’interno di molte botteghe letti improvvisati e fatiscenti, dove i venditori si riposano o forse addirittura vivono. La città è poverissima, con fogne a cielo aperto e un odore che a folate intasa le narici e quasi ci stordisce. Prima tappa una Haveli chiusa e abbandonata.

Un tempo la città era sulla rotta del commercio fra l’India e l’Europa (Venezia in particolare).
Ricchi mercanti costruivano qui le loro sontuose residenze, contribuendo alla prosperità del luogo. Ora la maggior parte di queste case sono deserte, i padroni emigrati chissà dove. Giriraj ce ne mostra un’altra, sottratta al degrado e trasformata in una sorta di museo. E’ arredata con ogni sorta di oggetti preziosi, e ci fornisce un’idea del livello di vita tenuto un tempo da questa gente.

Saliamo di nuovo sul tuc-tuc e riprendiamo il nostro giro.

Ci fermiamo di fronte ad un tempio giainista, una fede che è anche una filosofia di vita che implica la non violenza e il vegetarianesimo. Alcuni bambini ci circondano. Uno di loro mi viene incontro e mi chiede una penna per la scuola. «School pen», mi dice con una vocina flebile. Immediatamente penso ad un film visto qualche mese prima, un film interamente basato sulla storia di una bambina in Afghanistan la quale vorrebbe andare a scuola, ma trova sul suo cammino tutta una serie di impedimenti, fra i quali la mancanza di un quaderno e di una penna, che in quei luoghi è addirittura un lusso. Penso a quella pellicola che mi ha fortemente impressionato mentre frugo nel mio zaino alla ricerca dell’oggetto del desiderio. La trovo, la porgo al bambino, con la raccomandazione sussurrata in inglese di studiare e di impegnarsi a fondo. Vedo i suoi occhi colmi di gratitudine, vedo la sua sagoma sparire nella confusione dei vicoli, e immagino che quel bambino diventerà uno scrittore, un intellettuale che saprà dire la realtà del proprio Paese, che forse riuscirà addirittura a cambiare qualcosa.
Gli altri bambini devono accontentarsi di doni meno preziosi, distribuiti sotto forma di biscotti e dolciumi vari.

Un avviso turistico all’esterno dice che il tempio risale al 1572, e che è il più bello fra i 27 presenti nella città.
Entriamo suonando la tradizionale campanella che si trova all’ingresso. Lasciamo le scarpe sulla soglia, e Giriraj per la prima volta resta a fare la guardia. Evidentemente qui non è previsto un servizio di custodia e i furti devono essere frequenti. Non vorremmo davvero ripetere la scena vista nel film di Wes Anderson Il treno per Darjeeling, dove un lustrascarpe scappa con la sua preziosa refurtiva lasciando scalzo uno dei protagonisti. Il tempio è splendido e interamente dipinto. All’interno ci accoglie un uomo vestito di bianco che parla un poco di italiano e sostiene di avere amici nel nostro Paese. Per poche rupie mi consente di effettuare un filmato. Dopo il tempio Sikh di Delhi, questo è forse il secondo luogo nel quale percepisco prepotente un afflato di spiritualità. Ovunque immagini dipinte di divinità, in un horror vacui dal carattere
spiccatamente barocco. MI colpiscono in particolare le raffigurazioni di battaglie o di scene quotidiane. Evidentemente per i giainisti la vita intera fa parte del culto.

Percorriamo un altro tratto con il tuc-tuc. Ci fermiamo in un mercato ad osservare la vita del luogo. All’improvviso un ingorgo spaventoso ci cattura. Un treno sta passando in prossimità del centro, e la chiusura del passaggio a livello crea un blocco inestricabile. Decidiamo di proseguire a piedi. L’aria è irrespirabile. Smog e gas di scarico misti all’odore del fritto e dell’urina ci assalgono. Per la prima volta vedo mia moglie Oksana coprirsi il volto con un fazzoletto, abitudine seguita anche da molti locali, specialmente da coloro che viaggiano in motocicletta. Percorriamo un ampio tratto a piedi urtando le persone, le mucche, gli asini, i carretti che intasano le strade. Arriviamo in prossimità del passaggio a livello. Il treno è passato, le sbarre si aprono. Finalmente torniamo a respirare. Ricompensiamo il guidatore di tuc-tuc con quattrocento rupie, una cifra onesta visto che è rimasto a nostra disposizione per un periodo di tempo molto lungo. La sera siamo soli nell’ampia sala ristorante. Evidentemente i coniugi Moretti hanno già cenato, o devono ancora farlo. I camerieri ci sono tutti intorno, ci servono come fossimo principi in visita, mettendoci un poco in imbarazzo. Alla fine lascio una mancia esagerata. Appena fuori un suonatore di tamburo improvvisa qualcosa, forse per indurci a indugiare ancora un poco. Invano. La stanchezza ci conduce direttamente nella nostra camera, avvolta nel silenzio della notte desertica.
Il mattino seguente visita del ben conservato e molto bello specialmente nella parte più antica.

Giriraj ci spiega che prima di questa struttura vi era un altro forte, costruito nel 1478 da Rao Bika, fondatore della città dal quale questa prende il nome. All’ingresso notiamo i portali difesi da punte, per impedire gli assalti degli elefanti, e le impronte di alcune mani sulle mura. Sono l’estremo grido di dolore lasciato dalle mogli del maharaja perito in battaglia, immolatesi sulla pira funeraria in omaggio al loro defunto consorte. All’entrata un santuario dedicato a Ganesha, il dio dal volto di elefante che abbiamo imparato a conoscere durante il nostro viaggio.

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