A passage to India (resoconto di viaggio pt. 5)

Resoconto di viaggio di Riccardo Cenci (Parte 5)

Giungiamo a Fatehpur Sikri, la città fantasma. Lasciamo l’auto in un parcheggio vicino, e poi prendiamo un bus per raggiungere l’area archeologica. Durante il tragitto penso alla mostra su Akbar che ho visto a Roma nel 2012, prima di visitare questi luoghi. Allora quegli oggetti mi apparivano totalmente decontestualizzati, mentre solo adesso arrivo a Re Akbarcapire qualcosa di quei mondi lontani. La terra stessa mi sembra racchiudere in sé storie infinite, delle quali riuscirò a riesumarne solo alcune. Eccone una offerta da Giriraj. All’ingresso si nota un piccolo pilastro al quale, secondo la leggenda, era legato l’elefante prediletto da Akbar, implacabile dispensatore di giustizia. L’accusato non doveva far altro che porre la propria vita nelle mani dell’animale. Se era innocente, questi lo avrebbe risparmiato. In caso contrario… Il luogo mi colpisce subito per la straordinaria mescolanza di grandiosità e leggerezza. Gli edifici sono per lo più bassi, ma in grado di trasmettere un senso di maestosità. Le decorazioni finissime, le suggestioni architettoniche infinite.

Il solo nome Akbar, che sta per grande, evoca scenari favolistici e irraggiungibili. Cresciuto cacciando fra i monti dell’Afghanistan, valoroso guerriero, Akbar si rivelò sovrano lungimirante e illuminato. Musulmano, ripudiò la guerra santa. Abolì il concetto di religione di stato, rivelandosi estremamente tollerante, incline ad un sentimento religioso che andasse al di là delle singole confessioni. Le sue mogli principali, di fedi distinte, avevano residenze diverse in linea con le rispettive culture. Con la mente cerco di sovrapporre gli oggetti visti in mostra alle architetture del luogo, di arredare gli spazi vuoti con le suggestioni che fioriscono incessanti nella mia testa. In breve eccomi immerso in un mondo sfavillante di colori, singolare commistione di linguaggi persiani, islamici e indiani.
Fatehpur SikriUn palco posto nel mezzo di una piscina, raggiungibile solo tramite passerelle, era solitamente animato da musicisti che allietavano la vita di corte. Di fronte Giriraj ci mostra un’area di gioco, dove Akbar si intratteneva con le numerose concubine. La destinazione d’uso di altre zone è incerta, come avviene ad esempio per il cosiddetto sedile dell’atrologo, o per la cucina di Jodhbai, ornata con bassorilievi a foggia di orecchini, ma quello che importa è l’utopia urbanistica e culturale creata da Akbar. Resta il mistero riguardo il suo analfabetismo.
Secondo alcuni medici e studiosi la dislessia gli impedì l’apprendimento della lettura e della scrittura.
La famiglia, l’imperatore Humayun e la madre Hamida Banu, trovarono la strada per educare il fanciullo secondo le sue inclinazioni e il suo sentire. Ne scaturì una personalità enigmatica, limitata da un certo punto di vista ma straordinaria nel pensiero che ancora oggi ci stupisce per la sua modernità.

All’uscita arginiamo il consueto assalto dei venditori, facciamo appena in tempo a vedere un incantatore di serpenti prima che questi racchiuda le sue creature in un sacco per dileguarsi come per magia e riprendiamo il cammino.

Lungo la strada ci fermiamo per una sosta. In ogni ristorante, se così si può chiamare una sala nella quale ruotano sbilenche diverse pale, con le mosche che aleggiano intorno ed un piccolo shop dove vendono souvenir, Giriraj chiede ai camerieri cosa hanno cucinato per loro, e poi ordina. In tal modo consumiamo sempre cibo locale di buona qualità. Prossima tappa Abhaneri, un luogo lontano dai consueti circuiti turistici. All’ingresso del villaggio c’è un tempio Indù (tempio Harshshat Mata), costruito dal re Chand o Chandra intorno all’ottavo o nono secolo dopo Cristo. Alcune capre abitano le rovine contribuendo a rendere animato il luogo. Il santuario è ancora usato dagli abitanti, come dimostrano il fallo di Shiva e la vagina di Parvati tutt’ora venerati come principi di vita, e i numerosi bastoncini d’incenso tutt’intorno. Bellissimi i bassorilievi, sequenze di storie arcane e misteriose, forme prigioniere nella pietra eppure vivissime ai miei occhi.
Percorriamo alcune decine di metri e giungiamo all’ingresso di un BaChand Baoriori fra i più antichi del Rajasthan, un luogo dove i pellegrini andavano a purificarsi prima di entrare nel tempio. All’entrata un uomo traccia con il dito il tilaka al centro delle nostre fronti, il tradizionale segno rosso preparato con la polvere di curcuma, un simbolo importante ad indicare una fonte di energia tantrica. Il luogo è fra i più stupefacenti che abbia mai visto. Una serie di scalinate intrecciate fra loro, le quali precipitano in basso dove si trova un pozzo profondo circa venti metri, mi ricorda le prospettive impossibili di Escher. Domando chi sia l’architetto di questa meraviglia, ma non ottengo risposta.

L’intera struttura mi fa venire in mente i cenote messicani, totalmente diversi eppure ugualmente misteriosi.

Vorrei scendere sino in fondo, ma mi accorgo che l’accesso è interdetto. Sento che non riesco ad esprimere veramente quello che sento, percepisco un qualcosa di arcano, come un limite che non riesco a superare. Tutt’intorno, nel portico che circonda la struttura, altri bassorilievi provenienti dal tempio e strappati al degrado, pietre che gli abitanti del luogo usavano come tavolini o banchi di lavoro, ignari della loro preziosità.
Qualcuno si sta occupando di questi tesori, e questa è una cosa che mi conforta. Le lastre informative poste dalla sovrintendenza archeologica dell’India portano la data del 2010, segno che l’attenzione verso questi monumenti è acquisizione recente.

2Mentre usciamo un gruppo di donne abbigliate con i tradizionali sari dai colori luminescenti e sgargianti sta entrando. Eccole ritratte insieme a mia moglie Oksana. Visitiamo il villaggio adiacente. Qui si vive come nei tempi antichi, anche se alcune botteghe vendono ricariche telefoniche e altre diavolerie della modernità. Una donna munge la sua bufala in un vicoletto angusto. Quando ci nota ci dona un sorriso.
I bambini del villaggio, avvertiti della presenza di un gruppo di stranieri, escono dalle loro casupole e ci vengono incontro. Non vogliamo dargli l’elemosina, altrimenti potremmo alimentare una cattiva abitudine a mendicare. Pensiamo invece di premiarli con pacchi di biscotti, acquistati presso l’emporio locale. Ci regalano i sorrisi più puri che abbia mai visto.
All’uscita del villaggio un artigiano ci mostra come produce vasellame e bicchieri usando ancora una tecnica tradizionale antichissima. Gli offriamo alcune rupie prima di montare nell’auto che nel frattempo è venuta a prenderci.
Prima di ripartire acquistiamo ancora alcune collane che i venditori ci porgono attraverso il finestrino.

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Una risposta

  1. 10 novembre 2014

    […] precedente – successivo […]

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