A passage to India (resoconto di viaggio pt. 3)

Resoconto di viaggio di Riccardo Cenci (Parte 3)

Una volta fuori un incantatore di serpenti appollaiato dietro un banchetto per la vendita delle bibite sembra confermare la natura favolistica di questo luogo. Non appena ci vede apre il suo cestino, inizia a suonare una litania circolare e un cobra ne segue come per incanto le armoniose volute. Giriraj ci spiega che si tratta di un trucco per turisti, in quanto al serpente sono stati strappati i denti, e quindi è totalmente innocuo. L’idea di quell’ animale mutilato mi rattrista un poco, ma non posso fare a meno di scattare una fotografia, lasciando la consueta mancia al fantomatico incantatore.

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L’autostrada per Agra è nuovissima e poco trafficata. Solo alcuni camion colorati percorrono pigramente quella rotta. Tutti sul retro recano la scritta “horn please”, quasi a sollecitare quello che sembra essere un vero e proprio sport nazionale. Non possiamo reprimere un lieve moto di delusione.

Immaginavamo dover percorrere strade dissestate e brulicanti di vita, mentre ci troviamo su un percorso facile e affine agli standard occidentali.

1Giriraj ci rassicura. Fra poco potremo sperimentare l’India autentica, ma non avrebbe senso impiegare sei ore per un tragitto che ora si può percorrere nella metà del tempo. Superiamo la città di Matura dove, secondo la leggenda, è nato il dio Krishna. Avrei voluto effettuare una breve sosta, ma purtroppo il tempo non lo consente. Se Delhi ci appariva caotica, Agra è assolutamente pazzesca. Mucche delle razze più disparate, molte con la gobba che pende floscia sul dorso, sono una presenza costante.
Pascolano fra i rifiuti ammassati copiosamente agli angoli delle strade. La loro magrezza mi impressiona, e mi ricorda certi quadri fiamminghi raffiguranti il trionfo della morte. Tuc-tuc ci sfrecciano accanto, risciò ingorgano il traffico, corriere stracolme di gente arrancano come vecchi asmatici, la confusione regna totale. Costeggiamo edifici fatiscenti che sembrano sfidare la forza di gravità. Attraversiamo il ponte sul fiume Yamuna, dal quale scorgo la tomba di Itmad-Ud-Dullah che visiteremo domani, magnifica e anacronistica nel suo marmoreo splendore, un’oasi di pace nel turbinoso ritmo della città.

Giungiamo finalmente al Taj Mahal, il monumento più noto dell’India.
Effettivamente i turisti sono numerosi, anche se in gran parte locali. Notiamo pochi francesi e alcuni tedeschi, mentre gli italiani sembrano essere stranamente assenti. Per i controlli separano gli uomini dalle donne, il che mi lascia una strana impressione da campo di concentramento. Il Taj Mahal non si offre subito alla vista, si nasconde come una donna ritrosa che inseguiamo invano, e che sempre ci sfugge celandosi al nostro sguardo. La precede un ampio cortile ed un portone immenso, nella cui cornice scorgo in lontananza la sagoma inconfondibile del monumento. Mi costringono a lasciare la videocamera, mentre porto con me la mia fida Canon. Il luogo è magnifico, benché troppo affollato per i miei gusti. Quello che mi colpisce immediatamente è il biancore abbacinante, la simmetria e la semplicità dell’architettura. Qui nulla è eccessivo o retorico, ma tutto appare in linea con una concezione chiara della vita e della morte.
L’annullamento ha il colore bianco, penso, mentre nel mio animo passo in rassegna i libri simbolo dei miei studi americani, da Moby Dick a Gordon Pym, l’estinzione è l’assenza di ogni cromatismo. La morte non è nera ma è bianca, il che le dona anche un sentore di poesia. E in effetti il mausoleo è un grande verso d’amore pronunciato dall’imperatore Shah Jahan per la sua sposa favorita Mumtaz, la quale aveva saputo donargli ben quattordici figli.

All’interno è vietato scattare fotografie. Un custode avvicina la torcia elettrica al marmo, esaltandone il bagliore. L’intera decorazione appare trasparente come un sudario di cristallo. Ci invita a scattare una fotografia, infrangendo il divieto vigente.

Abbiamo ormai compreso che le regole sono relative in questo Paese. La generosità dei turisti rappresenta l’unica maniera per arrotondare uno stipendio che immaginiamo misero.

Una volta fuori veniamo assaliti dai venditori. Ancora non abbiamo ben compreso i meccanismi del mercanteggiare. Solitamente la merce, in particolare nei luoghi ad alta densità turistica, viene offerta ad un prezzo anche dieci volte maggiore rispetto il valore effettivo. Non è raro che il turista ricco o eccessivamente ingenuo paghi quanto richiesto senza battere ciglio, accorgendosi solo in un secondo momento della truffa subita. Acquistiamo un elefantino di marmo intarsiato ad un prezzo non troppo caro ma neppure troppo basso, prima di dirigerci verso l’auto che ci attende al parcheggio, facendo lo slalom fra le mucche che occupano la strada.

La sera al Mansingh Palace ceniamo ascoltando musica tradizionale eseguita dal vivo. Il suono ovattato delle tabla, il ritmo dell’armonium e la voce ieratica del cantante si mescolano al cibo e ai sapori, rigorosamente indiani. Una zuppa che sembra un minestrone, polpettine ripiene di qualcosa che non riusciamo a decifrare, agnello in salsa piccante, pane con il burro e pane con l’aglio, che diverrà il nostro preferito. Cediamo subito alla stanchezza, precipitando in un riposo colmo di immagini. Di solito non sogno molto, ma una costante di questo viaggio, almeno da parte mia, sarà l’estrema vitalità del mio mondo onirico, un gradevole e misterioso corrispettivo alle esperienze vissute durante il giorno.

Forte Rosso di AgraIniziamo il giorno seguente visitando il Forte Rosso di Agra. Nel cortile prima dell’ingresso donne avvolte nei loro sari consumano un pasto frugale nella tradizionale posizione accovacciata. Come al solito i visitatori sono in maggioranza locali. La grandiosità delle mura esterne, circondate da un fossato un tempo infestato dai coccodrilli per esigenze di difesa, contrasta con la raffinatezza della decorazione interna. Molto è stato sottratto, ma nel complesso il palazzo è ben conservato. Percorriamo ampi cortili, ambienti pensati per le udienze alle quali le donne assistevano celate dietro finestre a grate, mondi silenziosi e inaccessibili.

Fontane oggi inattive rinfrescavano gli ambienti, profumi venivano diffusi nell’aria come in un racconto delle Mille e una notte. Qui l’imperatore Shah Jahan visse un’amara prigionia, deposto da suo figlio e costretto ad osservare il fantasma bianco del Taj Mahal in lontananza, irraggiungibile. Una visione che certo deve averlo colmato di rimpianto. Oggi sulle sponde del fiume i bufali fanno il bagno, ma allora tutto brulicava di una vita sontuosa e fantastica. Mia moglie vede una donna abbigliata con i colori della bandiera ucraina e le chiede di scattare una foto insieme. Chissà quante cose le passano per la testa in questo momento di crisi fra i due Paesi, lei nata nell’U.R.S.S., con i parenti divisi fra la Russia e l’Ucraina, lacerati da una lotta intestina della quale è difficile prevedere le conseguenze. Vorrei che la spiritualità che percepisco in questi luoghi si diffondesse come un vapore sul mondo, dissolvendone le tensioni. Ma questa è pura utopia.

 

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