A passage to India (resoconto di viaggio pt. 2)

Resoconto di viaggio di Riccardo Cenci (Parte 2)

indipenza dell'indiaOggi è il 13 agosto. Ciò significa che mancano due giorni alle celebrazioni dell’indipendenza. Effettivamente ogni angolo di Delhi risuona di orgoglio nazionalista. Bandiere sventolano ovunque, siepi finemente delineate con le forme di animali esotici sfoggiano tricromie di fiori con i colori nazionali. Ai semafori donne avvolte nei sari tradizionali vendono coccarde e bandierine. Una accosta il viso al vetro della nostra auto, subito seguita dal suo bambino. Per poche rupie compriamo una bandiera. Attraversiamo le verdi prospettive di New Delhi.

Uomini e donne impegnate al lavoro garantiscono la qualità totalmente inglese dei giardini. Un ambiente urbano completamente diverso dal reticolo di stradine della città vecchia.

Qui tutto è grandioso, come a dimostrare qualcosa, e certo meno autentico.

Improvvisamente mi torna in mente il romanzo di Rushdie letto prima della partenza. Il protagonista nasce proprio il 15 agosto del 1947, giorno in cui l’India acquista la propria indipendenza. Il fatto di essere giunti qui in questa data fatidica mi sembra significativo. La ricchezza elefantiaca e lussureggiante della narrazione si sovrappone alle esperienze vissute fino ad ora, un affresco del quale cerco di rimettere a posto i pezzi, senza riuscirci del tutto. Sento echeggiare nel mio animo quel sentore di illusioni perdute che aleggia nelle parole di Rushdie, quella strana mescolanza di realtà e fantasia che mi appare come l’elemento peculiare di questa terra.
Rientriamo in albergo. A cena saccheggiamo abbondantemente la parte indiana del buffet, con i suoi colori accesi, i suoi odori esotici e le sue salse rossastre e piccanti, perché il viaggio è un’esperienza totale del corpo e dello spirito. Benché sfiniti ci trasciniamo fuori per un’ultima occhiata alla città. Siamo i soli ospiti occidentali di un mercato locale. Subito i venditori ci circondano, offrendoci le merci più disparate. Acquisto alcune statuette di metallo, fra le quali un’immagine minuscola di Shiva raffigurato come danzatore cosmico che cattura la mia immaginazione. Giungiamo in un parco dove alcuni stand celebrano la storia nazionale. Una bandiera enorme ondeggia lenta e fantasmatica, cullata dal vento monsonico, mentre fuochi d’artificio esplodono come grappoli di frutti sconosciuti nel cielo.

Il mattino seguente siamo ancora a Delhi. Giriraj ci offre il primo regalo fuori programma. Giungiamo di fronte alla bianchezza abbacinante del tempio Sikh. Cupole d’oro svettano nel cielo azzurro come sulle chiese ortodosse dell’est Europa. All’ingresso i fedeli bevono acqua per purificarsi. I Sikh, parola che significa discepolo, contrariamente agli Indù credono in un unico Dio. Pur rappresentando meno del due per cento della popolazione indiana, i
sono una comunità importante
, unita, fiorente e tollerante. Effettivamente l’atmosfera ci conquista subito. Ci togliamo le scarpe, e anche i calzini in una stanza apposita, perché prima di entrare nel tempio dobbiamo bagnarci i piedi come se fossimo in piscina.
SikhIndossiamo i tradizionali fazzoletti colorati sulla testa, che ci vengono offerti all’ingresso. Questo camminare scalzi mi riempie di un grande senso di libertà primigenia, tanto che evito i percorsi predisposti per calpestare il nudo marmo. Altoparlanti diffondono all’esterno la litania rituale suonata nel tempio. Una guardia all’ingresso con il turbante blu e la lancia fra le mani si gratta pigramente la nuca. Una volta dentro ci sediamo con le gambe incrociate in un angolo, come forma di rispetto, osservando i fedeli genuflettersi fino a terra, mentre la musica ipnotica e il vorticare delle pale sul soffitto cattura le nostre menti. Restiamo immobili per un tempo che non saprei quantificare, per la prima volta preda di una fascinazione totalmente spirituale.

La parte centrale del tempio è interamente percorsa da dorati arabeschi. Una volta fuori ci bagniamo nell’enorme vasca esterna, le cui acque secondo la credenza possono guarire da ogni male. Alcuni ragazzi indiani in gita turistica ci chiedono di scattare una foto insieme, cosa che accettiamo volentieri. Sono abbigliati alla maniera occidentale, ma indossano i loro turbanti variopinti. Ci domandano da dove veniamo, e la nostra provenienza sembra appagarli non poco. In particolare li incuriosisce il fatto che io sia italiano, mentre mia moglie è di origini russe ma di passaporto ucraino. Alla fine ci ringraziano con esagerata cortesia, come fossimo divi del cinema.
Prima di uscire visitiamo la cucina, mantenuta con un contributo comune da tutti i Sikh. Giriraj ci spiega che nella grande mensa il ricco pranza accanto al povero, per alimentare il senso di fratellanza che è fondamentale nel culto dei Sikh. Nel tempio Sikh si prepara il cibo per la mensa. Una volta fuori la varia umanità sparsa sui marciapiedi mi rammenta che l’uguaglianza sociale è ancora un’utopia. Fra quegli uomini uno mi colpisce in particolare, il volto fiero, lo sguardo profondo e spirituale, la barba bianca e il bastone in mano come a indicare un lungo peregrinare. 3-chandni-chowk
Gli chiedo uno scatto, e lui me lo concede. In cambio vuole alcune rupie, il che mi delude un pò. Si allontana fra la moltitudine di quegli uomini randagi delle cui esistenze non saprò mai nulla. Mendicante o santone?
Rientriamo in macchina alla volta del mausoleo di Humayun, il padre del grande Akbar. Non siamo ancora avvezzi alla realtà che ci circonda, per cui ogni cosa ci sorprende. Ci sentiamo proiettati in un mondo altro, del quale ancora non abbiamo ben compreso le coordinate. Vediamo uomini dai capelli tinti di rosso, e donne con una striscia del medesimo colore al centro della testa, il che indica che sono maritate.

Simboli arcani che, in breve tempo, impareremo a decifrare. Giungiamo all’ingresso del mausoleo. Giriraj ci spiega che anche questo monumento è costruito in arenaria rossa, come la torre di Qutb Minar. Si tratta di un materiale molto diffuso nella zona. L’architettura è magnifica, opera di un artista persiano che ha progettato anche il giardino. Il luogo emana un grande senso di pace e armonia, e infatti si dice che l’imperatore fosse ingenuo come un bambino, estremamente sincero e pervaso da un’aura di santità.

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