A passage to India (resoconto di viaggio pt. 1)

A passage to India

Resoconto di viaggio di Riccardo Cenci

Molte persone ho incontrato lungo questo sentiero!
Alcune mi hanno accompagnato, altre preceduto, altre le ho vedute solo da lontano;
alcune le osservavo come da dietro un velo, altre distintamente…


viaggioindia3Ci sono viaggi che sono dentro di noi da sempre, viaggi che vorremmo effettuare e che rimandiamo da tempo, forse perché ci sentiamo inadeguati ad un’esperienza che appare impari alle nostre capacità di comprensione, forse
perché capiamo che la nostra coscienza di occidentali non potrà mai toccare il cuore nascosto e segreto dell’India. Ci sono viaggi che crescono dentro di noi come figli, finché viene un giorno in cui dobbiamo assecondare la loro
voglia di esistenza portandoli a compimento. Per questo mi decido a partire, pur sentendomi un poco in colpa per aver trascinato mia moglie in un luogo che esula dagli standard igienici ai quali siamo abituati, che potrebbe presentare
insidie per la sua salute. Mi rendo conto di non conoscere abbastanza la cultura indiana. Del resto la mia impostazione è del tutto mitteleuropea, seppur incrinata da una fascinazione per l’Oriente che è insita nella mia anima da
sempre. Ho visto alcuni dei magnifici film di Ray Satyajit, in particolare La sala della musica, percorso da un decadentismo estenuato che è particolarmente affine al mio temperamento, ho letto alcuni libri di Tagore, le nove vite svelate
da Dalrymple e poche altre cose che cerco di far riaffiorare nella mia mente infestata da una passione per la letteratura ostinata e maniacale. Conosco Ravi Shankar, ma solo grazie ai contatti con i Beatles e con Yehudi Menuhin, ho
assistito ad un concerto di Trilok Gurtu, troppo poco per poter affermare di sapere qualcosa riguardo la musica indiana. Faccio appena in tempo a leggere I figli della mezzanotte di Salman Rushdie e una raccolta di racconti curata da
Sudhir Kakar che arriva il giorno della partenza.

Metto nello zaino due piccoli libri di Tagore, le lucenti perle di Lipika ed i suadenti insegnamenti de La vera essenza della vita, compagni di viaggio che si riveleranno preziosi.

DheliGiungiamo a Delhi di prima mattina, una città immensa costantemente imbrigliata in un traffico caotico perenne. Secondo l’ufficio del turismo indiano nel 2008 contava circa dodici milioni di abitanti. Oggi dovrebbe averne circa
diciassette milioni. Mi domando per quanto ancora riuscirà a sostenere un tale incremento demografico. Arriviamo all’hotel The Park, un’oasi di conforto nel cuore fremente della città. Sperimentiamo subito la tradizionale ospitalità
indiana, che quasi in ogni albergo prevede un benvenuto a base di una bevanda locale e ghirlande di fiori offerte in segno di amicizia. Saliamo in camera per un tempo brevissimo, nonostante le poche ore di sonno trascorse sull’aereo,
perché troppo intenso è il desiderio di vedere questo mondo per la prima volta. Giriraj e Kamal, rispettivamente la guida e l’autista, ci aspettano per aprirci le porte di una realtà della quale ancora non percepiamo esattamente i
contorni. Porgo il programma a Giriraj il quale, dopo averci dato una rapida occhiata, me lo restituisce dicendo: «questo non serve a niente. Ci penso io a farvi vedere l’India autentica». Questo suo atteggiamento colmo di promesse mi
conquista subito. Prima tappa la moschea di Jami Masjid. In breve diverremo avvezzi al rituale di toglierci le scarpe, lasciandole al custode che si trova all’ingresso. Il cortile è immenso. Al centro la tradizionale vasca per le abluzioni
nella quale si bagnano alcuni fedeli. All’interno i ventilatori cecano di disperdere con poco successo l’afa imperante, mentre le persone si genuflettono in preghiera. Siamo i soli turisti, a parte qualche gruppo di visitatori locali, una
costante che ci accompagnerà durante quasi tutto il viaggio e che rappresenta un valore aggiunto in un’epoca nella quale è raro muoversi in tranquillità. Nel porticato alla sinistra dell’edificio principale i pellegrini riposano all’ombra,
mangiano il cibo che hanno appositamente preparato, si stendono sul pavimento per qualche momento di sonno. Alcuni ci guardano incuriositi, come non avessero mai visto uno straniero. Da quel punto di vista sopraelevato, la
moschea sorge infatti su un affioramento roccioso, posso guardare il brulicare frenetico della città vecchia, i suoi palazzi sbilenchi, i risciò e i negozietti, il dedalo di viuzze nelle quali di lì a breve ci immergeremo. Ci fermiamo di fronte
ai vicoli quasi timorosi di approcciarne la caotica vitalità, un labirinto tortuoso che si snoda di qua e di là «come se fosse alla ricerca di una cosa ignota», per usare un’espressione di Tagore.

Un odore acre ci assale per non abbandonarci più. Percorriamo a piedi un lungo tratto, osserviamo il cibo sfrigolare nelle padelle annerite, gli artigiani al lavoro nelle loro misere botteghe, i venditori quasi preda di una strana indolenza che disegna misteriose traiettorie nei loro occhi.

 

navratiRientriamo in macchina per dirigerci verso il monumento più importante di Delhi, il parco archeologico dove troneggia il minareto di Qutb Minar, ancora una testimonianza della presenza musulmana in India. Simpatici scoiattoli con
strisce bianche sul dorso si rincorrono nel giardino per la gioia dei bambini. Giriraj ci mostra le colonne decorate con i tipici motivi Indù insieme agli edifici che recano i versetti del Corano, una convivenza difficile visto che la religione
musulmana non tollera la raffigurazione di forme animate ma si nutre unicamente di motivi geometrici. Effettivamente il contatto fra le due culture è stato traumatico. Numerosi templi indù sono stati distrutti per edificare la moschea
Quwwat‐ul‐Islam, che fa parte del complesso. Basti inoltre pensare alla libertà sessuale propria dell’India antica, come testimoniano i bassorilievi sui templi di Khajuraho, nello stato del Madhya Pradesh, risalenti ad un periodo
compreso fra il 950 e il 1050 dopo Cristo. Un vero manuale erotico in pietra a testimoniare come nell’induismo il sesso, quale fonte della vita, venga considerato sacro. Oggi in India convivono numerosi culti e religioni in maniera
sostanzialmente pacifica, ma le tensioni mai sopite con il Pakistan musulmano ci ricordano come gli equilibri siano pericolosamente precari. Torniamo verso il centro della città. Kamal dimostra tutta la propria perizia al volante. Le
strade intasate da un groviglio di mezzi di trasporto, auto di nuova generazione fabbricate in India, come la Tata, diffusissima nel Paese, accanto a bus fatiscenti e risciò a motore che stanno gradualmente sostituendo quelli a pedali.
Giriraj ci dice che una ventina di anni fa numerose erano le Fiat, mentre oggi sono quasi sparite. Unico residuo dell’eccellenza automobilistica italiana alcune Ape Piaggio, ormai vecchie e aggredite dalla ruggine. In strada non esistono
regole, a parte quella di suonare continuamente per avvertire della propria presenza. Sulle motociclette si viaggia in tre persone, a volte in quattro o addirittura in cinque passeggeri. La polizia solitamente chiude un occhio, oppure è
pronta a farsi corrompere da una “mancia”.

continua…

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